lunedì 30 giugno 2008

giovedì 19 giugno 2008

eco-iconico

Il report di maggio/giugno 08 di trendwatching.com è dedicato alle icone dell’eco-consumo. Dopo i brand/prodotti Eco-Ugly (costosi, poco performanti, privi di sapore, semplicemente eco-friendly versioni di quelli “veri”) si sono visti i brand/prodotti Eco-Chic (nice e cool come i meno sostenibili originali).

Ora sembra arrivato il momento dei brand/prodotti Eco-Iconic.

Cosa offrono in più? Oltre ad essere eco-friendly permettono di mostrare e impressionare gli altri, rendendo riconoscibilissimo il proprio “green lifestyle”.

Per creare brand Eco-Iconic non basta creare una versione eco-friendly di un prodotto esistente, appiccicando una etichetta verde, occorre creare prodotti nuovi, con un proprio specifico design, completamente diverso ed originale, capace di offrire, a chi lo compra e lo usa, una specifica identità e soprattutto una facilissima identificazione.

Qui potete trovare il report completo

domenica 15 giugno 2008

wind day

L'eolico avanza. Nel mondo, in Europa e in Italia aumenta l'energia pulita prodotta con la forza del vento e, parallelamente, le bollette si fanno un po' più leggere e si intacca meno il "serbatoio" del petrolio: nel 2007 un risparmio di 17 milioni di barili solo nel nostro Paese, secondo i dati dell'Anev, l'Associazione nazionale energia del vento che raggruppa i produttori e gli operatori dell'eolico.

Ma non basta, il settore potrebbe dare di più. E' per questo che è stato istituito il "Wind Day", la Giornata europea del vento, che si celebra oggi, 15 giugno, in oltre venti Stati europei, tra cui il nostro.


L'energia eolica è la fonte rinnovabile che cresce più rapidamente in termini di capacità installata. L'anno scorso è aumentata del 18% in Europa, del 28% in Italia e, a livello globale, il 2007 ha segnato uno storico sorpasso: dal punto di vista dei nuovi impianti l'eolico ha battuto il nucleare.
"Sfruttare l'energia eolica significa aiutare l'ambiente, ma anche aumentare la sicurezza energetica, ridurre la dipendenza dall'estero e la fluttuazione dei prezzi dell'energia", spiega il segretario generale di Anev, Simone Togni.

Senza contare le ricadute positive sull'occupazione: secondo uno studio dell'associazione, entro il 2020 l'eolico porterà a oltre 50 mila nuovi posti di lavoro. "Non si tratta di fantascienza - dice Togni - visto che in Germania, il paese primo nel mondo per l'energia del vento, in 8 anni gli addetti al settore sono cresciuti di 380 mila unità".


E' ancora lontana dalla Germania, ma anche l'Italia negli ultimi anni ha fatto passi avanti nel campo dell'energia prodotta dal vento, con 2.943 impianti eolici distribuiti soprattutto nel Centro-Sud, che garantiscono oltre 2.700 megawatt di potenza. Il che copre circa l'1,1% del consumo interno lordo di energia elettrica.
Un miglioramento rispetto al passato, ma ancora poco in confronto alla "ventosissima" Danimarca.

Infatti, se l'Italia nel 2007 ha prodotto 4,36 terawattora da fonte eolica, pari al consumo di 5 milioni di abitanti lo stato nordico ne ha prodotti 6,6 ma destinati a una popolazione di appena cinque milioni e mezzo di persone. E in questo modo la potenza eolica di Copenhagen è riuscita a garantire il 20% del fabbisogno pubblico.
"L'Italia è molto in ritardo rispetto agli altri paesi europei - continua Togni - basta guardare alla Germania che, prima in Europa con oltre 22 mila impianti, ogni anno installa più pale di quante non ne siano state installate da noi in 15 anni". Altro esempio virtuoso che il Belpaese potrebbe seguire è quello dei "cugini" spagnoli. La Spagna nel marzo scorso ha stabilito un record energetico: con l'eolico ha coperto quasi la metà della domanda nazionale di elettricità, il 40,8%.

Ma che cosa rallenta lo sviluppo del settore in Italia? Secondo il segretario di Anev, le colpe sono da ricercare nei troppi interessi politici ed economici, ma anche nell'eccesso di ostacoli burocratici. "La Conferenza dei Servizi, che dovrebbe dare un parere sulla possibilità di realizzare un nuovo impianto entro 180 giorni, ci impiega da tre a cinque anni", precisa Togni.

La pensa diversamente Carlo Ripa di Meana, presidente della sezione romana di Italia Nostra, che definisce l'eolico in Italia un "enorme raggiro" e sostiene che "dopo dieci anni di investimenti colossali e distruzione paesaggistica abbiamo ottenuto benefici energetici risibili".


Il "Wind Day" nasce per dissipare dubbi e polemiche, oltre che per sensibilizzare politici, imprenditori e opinione pubblica. L'Anev ha organizzato un weekend all'insegna di attività didattiche e ludiche in diverse regioni italiane: tra le varie iniziative figurano le regate a Ostia e sul lago di Garda, ma anche l'"Open Day" negli impianti eolici a nord di Cagliari.
Sempre in Sardegna, si corre la Maratona eolica, una corsa che da Ulassai attraversa i "parchi del vento" fino a Nurri.

Per ricordare che la Sardegna ha tutte le potenzialità per incrementare l'eolico. Attualmente produce 367 megawatt di potenza in 370 impianti, ma è meno di quello che riesce a incamerare la capofila delle Regioni italiane, la Puglia (658 impianti per 685 megawatt), o la Sicilia (631 "girandole a vento" e 583 megawatt) e la Campania (606 impianti, 519megawatt).


(tratto da www.repubblica.it)

giovedì 12 giugno 2008

dosomething map

Qui sopra avete trovato una semplice quanto efficace mappa delle azioni che ognuno di noi può compiere per dare un contributo alla riduzione del riscaldamento globale, qui trovate quelle correlate, che propongono possibili azioni. Una sfida per ciascuno di noi, un'opportunità per le aziende per orientarsi e trovare un loro posizionamento sostenibile.

domenica 8 giugno 2008

lunedì 2 giugno 2008

domenica 25 maggio 2008

l'articolazione del movimento

Sfiora il miliardo di euro all’anno l’importo degli investimenti effettuati dalle grandi aziende a favore del sociale, la cultura, l’ambiente, il territorio e le risorse umane: è quanto emerge dal III° Rapporto Nazionale sull’impegno sociale delle aziende realizzato da Errepi Comunicazione e SWG e presentato a Roma nel corso di un convegno organizzato all’Università LUMSA, cui hanno partecipato rappresentanti delle istituzioni, dell’Università e di enti e aziende come Chiquita, Fondazione Chiesi, Novartis, Terna, Henkel e Vodafone.

Nel 2007 oltre il 65% delle imprese italiane con più di 100 dipendenti ha realizzato almeno un’iniziativa di carattere sociale, aumentando rispetto al 2004 il valore degli investimenti globali, passati da 845 milioni di euro a 951 milioni di euro.

Tra i settori di intervento privilegiati spicca il sostegno umanitario e la solidarietà (52%), seguito dalla realizzazione di mostre e iniziative culturali (35%), e dall’erogazione di servizi specifici per il personale interno (31%).

Particolarmente significativo, poi, il dato relativo alle modalità di intervento: se nel 2004 ben il 73,1% delle aziende si limitava ad erogare un contributo economico diretto per la realizzazione del progetto, oggi tale percentuale si è notevolmente ridotta (32,6%), a testimonianza di come le imprese comincino ad assumere un ruolo più attivo nell’ideazione e realizzazione dei progetti di CSR su cui decidono di investire.

“Il modo di intendere la responsabilità sociale è molto cambiato negli ultimi dieci anni – ha sottolineato Roberto Orsi, Presidente di Errepi Comunicazione e coordinatore del rapporto – e oggi si avverte la volontà di molte aziende di incrementare ulteriormente le risorse disponibili e a mettere in campo nuove iniziative, sempre più integrate con il resto della gestione d’impresa ”.

In cima all’interesse delle aziende si conferma il territorio all’interno del quale operano, ribadisce l’indagine, patrocinata da AIDP Lazio, Comune di Roma, UnionCamere, CNEL e Ministero della Solidarietà, che rivela, inoltre, come un’azienda su due abbia adottato un proprio codice etico, un’azienda su tre rediga il bilancio sociale e sempre un’azienda su tre preveda una figura professionale interna dedicata alla responsabilità sociale. Da evidenziare, infine, che più del 75% delle aziende auspica un confronto periodico sui temi dell’impegno sociale con le istituzioni.

Sono buone infine le prospettive per il futuro: l’importo medio pro capite degli investimenti nel sociale si è infatti incrementato di oltre il 50% passando dai 110.000 euro del 2001 ai 169.000 euro del 2007 e per l’anno in corso è previsto un altro importante balzo in avanti, fin sopra la soglia dei 200.000 euro.


fonte: errepi comunicazione

giovedì 22 maggio 2008

auto(goal)

Gli Amici della Terra e il WWF Italia, nell’ambito delle rispettive campagne sul clima, hanno presentato i risultati della Prima indagine nazionale sul ruolo del marketing pubblicitario delle auto nella riduzione delle emissioni di CO2.

L’indagine, realizzata dagli Amici della Terra con il supporto di Friends of the Earth Europe nell’ambito delle Campagne “Cars Fuel Efficiency” e “Big Ask SOS-Clima”, analizza le pratiche di marketing pubblicitario messe in atto dalle case automobilistiche sulla carta stampata e sulla TV con riferimento ai vari aspetti del tema delle emissioni di CO2 dei modelli auto.

Metodologia di indagine

Oggetto di analisi sono le inserzioni pubblicitarie e i relativi modelli di autovetture apparsi su un campione rappresentativo di media a diffusione nazionale (carta stampata e TV) in due periodi scelti casualmente (dal 9 al16 Novembre 2007 e dal 4 al 10 Aprile 2008).

L’indagine considera le principali leve emozionali utilizzate dalla pubblicità per influenzare il consumatore; effettua una verifica del rispetto degli obblighi di informazione sulle emissioni di CO2 dei modelli; confronta le emissioni medie di CO2 dei modelli pubblicizzati dai produttori con gli obiettivi strategici dell’Unione Europea per la riduzione delle emissioni di CO2 delle auto.

Risultati dell’indagine

Nel caso della carta stampata, la leva emozionale più utilizzata è la convenienza economica (il 67% dei messaggi, perlopiù riguardanti le modalità di finanziamento dell’acquisto; mentre meno dell’1% si riferisce alla convenienza economica legata a bassi consumi di carburante), seguita dal piacere di guida/comfort (49%), dalle prestazioni (26%) e dalla sicurezza (23%). La leva ecologica è all’ultimo posto, con appena l’8%.

Nel caso della pubblicità televisiva, si riscontra un maggior ricorso a leve emozionali multiple nello stesso messaggio, con un ribaltamento verso gli aspetti qualitativi dell’uso dell’auto rispetto a quelli economici: infatti, al primo posto c’è la sicurezza (96%), seguita dalle prestazioni (94%), dal piacere di guida/confort (93%), dalla convenienza economica (il 65%, di cui solo il 2% riguardante la convenienza per i bassi consumi di carburante). Anche in questo caso la leva ecologica è all’ultimo posto, con il 27% dei messaggi, di cui solo il 3% riguardanti le emissioni di CO2.

Un altro criterio applicato nell’indagine riguarda il rispetto delle prescrizioni normative di informazione al consumatore, attualmente limitate alla carta stampata, riguardanti l’obbligo di informazione sui consumi di carburante e sulle emissioni di CO2 dei modelli pubblicizzati e la facilità di lettura dell’informativa stessa.

Oltre il 93% dei messaggi riportano l’informativa in maniera illeggibile e in scarsa evidenza rispetto alla comunicazione commerciale, contravvenendo in questo modo alla volontà del legislatore. Solamente nel 6,4% dei messaggi il testo riguardante le emissioni di CO2 risulta di chiara lettura e ha la medesima evidenza rispetto alle informazioni principali dell’inserzione.

L’aspetto forse più innovativo dell’indagine riguarda l’analisi della coerenza del marketing pubblicitario delle case automobilistiche rispetto all’obiettivo comunitario di riduzione delle emissioni di CO2 a 120gCO2/km entro il 2012. A tal proposito si riscontra che solamente l’8% del totale dei modelli pubblicizzati riguarda auto con emissioni di CO2 inferiori a 120 g/km. Inoltre, la media di CO2 g/km dei modelli pubblicizzati risulta addirittura più elevata rispetto alla media delle emissioni del venduto in Italia (+6% rispetto alla media nazionale di 149 gCO2/km).

Fermo restando che nessun produttore spicca per una media particolarmente bassa, la classifica dei produttori (a livello di gruppo) proposta nella figura e relativa alle emissioni medie di CO2 dei modelli pubblicizzati, vede al primo posto Mazda, (135 g/km), seguita da Renault (140 g/km), Kia (142 g), Nissan (143 g) e Daihatsu (143 g). Suzuki, Subaru, Daimler e Jeep si collocano invece nelle ultime posizioni, con emissioni medie dei modelli pubblicizzati superiori ai 200 gCO2/km.

Il report completo lo trovate qui.

lunedì 19 maggio 2008

domenica 18 maggio 2008

go green

Sono disponibili i risultati della ricerca “Ipsos MORI”, 2007, pubblicata da b&p communication e commissionata da Tandberg.

Di seguito riporto le principali considerazioni, la ricerca completa potete scaricarla qui

L’indagine Tandberg/Ipsos MORI ha rivelato l’importanza di un comportamento responsabile verso l’ambiente per aumentare il “corporate brand equity” e il “competitive advantage”.

Più della metà dei consumatori globali intervistati ha detto che preferirebbe comprare prodotti e servizi da un’azienda con una buona reputazione ambientale e quasi l’80% degli impiegati globali crede che lavorare per una organizzazione etica a livello ambientale sia importante.
Questa ricerca rappresenta 1 miliardo di consumatori e più di 700 milioni di impiegati in tutto il mondo. (…)

Nonostante il fatto che abbiano indicato la preferenza a comprare prodotti “green” e a lavorare per le organizzazioni responsabili verso l’ambiente, un sorprendente 32% degli intervistati ha ammesso che non ha ancora attuato azioni personali per ridurre i cambiamenti climatici. Stanno aspettando che quei prodotti e servizi diventino facilmente accessibili, oppure che i governi e i posti di lavoro facciano un passo avanti e stabiliscano la priorità?

Più della metà degli intervistati crede che il governo dovrebbe assumere una posizione nel limitare gli effetti dei cambiamenti climatici, citando come guida chiave nel movimento ambientale per il 47% i governi nazionali e per l’11% le istituzioni internazionali.
(…)

Il 12% degli intervistati è convinto che i commerci/aziende avrebbero dovuto assumere la guida per limitare gli effetti dei cambiamenti ambientali.
Ad esempio, sviluppare e cercare nuove tecnologie “environmentally-friendly” è stato indicato come un fattore fondamentale al fine di portare ad un aumento di responsabilità aziendale verso l’ambiente.

Programmi di riciclaggio, programmi per la riduzione di acqua/rifiuti e acquisti “environmentally friendly” sono già visti come iniziative efficaci in azienda. Impiegati di alcuni mercati hanno indicato il “competitive positioning” e il timore di pubblicità negativa come preoccupazioni che potrebbero spingere le loro organizzazioni a diventare più “environmentally-friendly”, dimostrando che la percezione esterna della marca può avere un effetto notevole sulla decisione di un’azienda di diventare “go green”.

L’indagine rivela alcune informazioni essenziali per le aziende che stiano cercando di costruire una loro marca in territori ben specifici del mondo e con “target markets” particolari. Nonostante il fatto che ci siano differenze interessanti fra i paesi intervistati e anche qualche differenza fra certi gruppi demografici all’interno dei paesi individuati, questo sondaggio indica che grossi gruppi di clienti, impiegati, soci e investitori nel mondo stanno pensando ripetutamente a questa questione a livelli differenti. (...)

Questa indagine, una delle più grandi del genere, ha rivelato quindi qualche tendenza importante. Forse la più rilevante riguarda l’impatto che le azioni decise dalle aziende verso i cambiamenti climatici hanno sulla percezione delle loro marche aziendali da parte dei clienti e degli impiegati. (…)

Gli impiegati vogliono sentirsi sicuri sapendo che le organizzazioni per cui lavorano abbiano un piano “verde,” e che stiano effettuando le pratiche e i programmi per ridurre i loro consumi energetici.
(…)

Le tecnologie che riducono il consumo d’energia, i rifiuti e i viaggi dimostrano grande promessa per le organizzazioni che stiano cercando di aumentare la loro reputazione “verde” e il loro vantaggio competitivo. L’adozione di tecnologie “verdi” è destinato a continuare, visto che sempre più aziende riconoscono la necessità di implementare programmi ambientali misurabili e concentrarsi sui bisogni della mano d’opera più giovane.
Globalmente, i giovani sono più favorevoli ad accogliere l’uso della nuova tecnologia per aiutare ad affrontare i cambiamenti climatici. (…)

Con le numerose campagne su come diventare “carbon neutral”, il messaggio inerente i cambiamenti climatici sta sicuramente raggiungendo la popolazione.
Tuttavia, a meno che gli individui e le aziende siano pronti ad agire in prima persona e ad essere responsabili per ridurre i loro consumi energetici quotidiani, è difficile immaginare come potremmo procedere insieme, nel breve termine, e fare LA differenza abbastanza grande da essere utile per il pianeta.

Una cosa è certa: dobbiamo tutti, individui e organizzazioni, agire direttamente e affrontare il riscaldamento globale insieme e velocemente.